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Storie di ordinario capitalismo
Expo, verso quale sviluppo e quale occupazione?di Andrea Fumagalli
Nell’area milanese, soltanto quest’anno, si possono riscontrare diversi casi di ristrutturazione e di smantellamento dell’attività di produzione: il centro di ricerche della Nokia-Siemens a Vimercate, l’Elco di Inzago, la Saes Getter di Lainate, la Lares e la Metalli Preziosi di Paderno Dugnano, l’Eutelia di Pregnana Milanese, l’Aluminium di Rozzano, la Ercole Marelli-Alstom Power e la Omnia Network di Sesto S. Giovanni, l’Ideal Standard di Brescia, solo per citare le realtà più grosse. Si tratta, per lo più, di realtà produttive a medio-alto contenuto tecnologico e con valore aggiunto potenzialmente più elevato della media manifatturiera. E’ ciò che rimane della tradizione industriale italiana specializzata nella produzione di beni intermedi. Ne consegue che è fortemente a rischio la tenuta dell’industria italiana nella subfornitura specializzata, quella subfornitura che consente ancora al nostro paese, dopo che ha perso ogni chanche di essere annoverato tra coloro che contano nel definire le traiettorie tecnologiche dominanti, di essere nei primi posti nelle filiere produttive internazionali. Il capitalismo italiano e lombardo, di natura familiare e non manageriale, si dimostra, così, ancora una volta, miope, conservatore, tendenzialmente bigotto, con orizzonti strategici di breve-brevissimo periodo. In un simile contesto, riesce a sopravvivere se è in grado di spostarsi continuamente nei settori a più alto valore aggiunto, laddove l’attività speculativa consente immediata redditività. Vi è un solo settore, oggi, che permette di ottenere tali risultati: il business immobiliare. Nel sud d’Italia, esso è prevalentemente gestito dalle organizzazioni mafiose sulla base di commesse statali (leggi grandi opere). Nel nord, la speculazione immobiliare è divenuto il terreno fertile su cui riconvertire quelle attività produttive manifatturiere, ancora in buono stato, ma con margini di profitti decisamente inferiori. A Milano, il business dell’Expo 2015 ha proprio la funzione di accelerare tale processo di smantellamento produttivo: da un lato, con la connivenza della classe politica locale e nazionale (nulla di nuovo sotto il sole), dall’altro, con delle novità che meritano di essere brevemente analizzate. E’ da circa un ventennio che il territorio metro lombardo continua a subire a intervalli più o meno regolari vere e proprie azioni violentatrici. Negli anni ’80 al centro degli appetiti speculativi vi erano la Bicocca e il Parco Sud Milano. Nel primo caso, l’attività speculativa è stata gestita quasi direttamente dalla Pirelli, proprietaria del terreno su cui sorgeva la più grande fabbrica milanese con più di 25.000 addetti nei primi anni ’70, dopo che era stato già deciso il suo smantellamento e la lenta emorragia del lavoro si era consumata. La Pirelli si trasformò da impresa manifatturiera nella più grande impresa immobiliare: la Pirelli Real Estate. Riguardo il Parco Sud, l’area è ancora oggetto di appetiti sempre più insaziabili (in particolare da parte di Salvatore Ligresti) con nuovi progetti edilizi: ad esempio, in via Macconago, a due passi dal Parco Sud e dall’area in cui sorgerà, su terreni dello stesso Ligresti, il mega-centro europeo Cerba per la ricerca medica, uno dei maggiori progetti speculativo-cementizi milanesi. Ad essi ora si aggiungono nuovi progetti (Bruzzano, CityLife- Fiera, area Garibaldi-Repubblica) e grazie all’Expo un numero imprecisato di progetti minori tutti collegata nella cintura Nord milanese, guarda caso l’area industriale che oggi è sotto attacco con la scusa - del tutto strumentale - della crisi economica. E’ grazie all’Expo2015 che si consuma così l’attacco finale alla realtà economica milanese. Da questo punto di vista, l’Expo non è un fine per rilanciare la non metropoli milanese, ma piuttosto lo strumento principale per portare a termine quel processo di ristrutturazione e precarizzazione del lavoro cominciato vent’anni fa, ridisegnando il territorio. Ma a differenza di trent’anni fa, si interviene direttamene nel corpo vivo della forza. Speculazione immobiliare e precarizzazione si muovono in parallelo, sono due facce della stessa medaglia. E non può essere altrimenti, se consideriamo che oggi è il territorio a rappresentare il luogo di lavoro, quella fabbrica sociale da cui poche mani estraggono ricchezza espropriando sempre nostre vite e privatizzando i servizi sociali. L’Expo2015 è stato presentato come una grande opportunità per creare sviluppo e occupazione. Nulla però è stato detto su quale sviluppo e quale occupazione. Lo sviluppo che oggi appare evidente è quello della continua cementificazione e della recinzioni di spazi per renderli operativi come strumento di produzione. Riguardo l’occupazione, per il momento assistiamo solo all’incremento della disoccupazione e della precarietà. In altre parole l’Expo 2015 è sempre più strumento di controllo e regolazione del mercato del lavoro e della precarietà. Fino ad ora, le lotte sul territorio sono state spesso disgiunte dalle lotte per il miglioramento della condizione lavorativa. Da oggi è necessaria una convergenza sempre più stretta: territorio e lavoro sono due facce della stessa medaglia. La lotta per un welfare adeguato alle nuove forme di produzione e accumulazione (reddito, servizi comuni, istruzione, salute e gestione democratica del territorio) ne rappresenta il ponte. domenica 25 aprile 2010. versione stampabile
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