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2015 Final Hunger: dare un orto planetario agli affamati?

Qualche parola definitiva sull’indigeribile retorica del tema dell’Expo stimolata dalle ultime notizie sul Masterplan del Grande Orto Botanico Planetario

2015 Final Hunger: dare un Orto Planetario agli affamati?

A distanza di un paio d’anni, di fronte all’evidenza di un’operazione di ristrutturazione politica, sociale e territoriale per la fame dei grandi operatori immobiliari e finanziari, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di propagandare la retorica dell’opportunità dell’Expo 2015 milanese non tanto per la città ma nientemeno che per la fame nel mondo. E’ giunta l’ora di mettere la parola fine almeno su quest’eccesso, su questa infame presa in giro solenne che tutti gli embedded, a vari livelli, alimentano tessendo, a giorni alterni, le lodi dell’alimentazione innovativa, della visionarietà del masterplan agro-illuministico, dell’attinenza di Milano a interpretare il ruolo di futura capitale dell’agroalimentare per il bene del pianeta, mentre le nocività reali per l’inerente territorio e il volto emergenziale della Grande Occasione si rivelano giorno dopo giorno più chiaramente e mentre nel mondo si assiste ad un incremento dei problemi alimentari reali e delle annesse diseguaglianze, che nulla hanno a che spartire con la torta dell’Expo.

Il masterplan, presentato recentemente a teatro da Expo 2015 S.p.a e dalla Consulta di Stefano Boeri, Richard Burdett e Jacques Herzog, è stato infatti progettato per incarnare ufficialmente il tema "Nutrire il pianeta, energia per la vita". Sembra che indipendentemente da ciò che accadrà alla città, al lavoro, alla vita, alle istituzioni, qualunque cosa potrà ricevere legittimazione se l’Esposizione fornirà una generica occasione all’umanità per trattare il problema commovente dell’alimentazione mondiale. Ma abissale è lo scarto tra il senso, la progettualità della baracconata dell’Expo e il problema dell’alimentazione mondiale, la sua posta in gioco, la sua tragica serietà. Alla luce degli ultimi sviluppi milanesi non è più accettabile alcun accostamento tra tutto ciò neanche a livello delle "buone intenzioni".

Si prendano le parole della personalità più qualificata per magnificare le sorti progressive del Progetto Espositivo del Grande Evento. Nell’editoriale di giugno del mensile Abitare (1), il direttore Stefano Boeri ci illustra i principali argomenti a sostegno della concretizzazione dell’opera del suo Orto Planetario, chiave di volta del masterplan. Essi sono: 1. il territorio è un caleidoscopio; 2. nulla è come prima; 3. le aree rurali periurbane potranno diventare Orti Planetari (che è anche la tesi); 4. l’Orto sarà un territorio piccolo dove scorreranno le energie globali positive; 5. l’Orto darà terra al mondo.

Esaminando più da vicino gli argomenti, si può notare amaramente che il primo è un caleidoscopio che non necessita di ulteriori movimenti; del secondo, invece, occorre aggiungere che allude al fatto della "transitorietà" dei territori ai tempi incerti della "globalizzazione": questi "sono il sigillo della morte delle politiche pubbliche sul territorio e in particolare delle discipline della Pianificazione urbanistica e territoriale. [...Ma] se intesi come spazi locali innervati dai flussi della globalizzazione, questi territori dal futuro incerto e dal presente in transizione possono diventare la cruna dell’ago entro cui fare scorrere e governare le energie planetarie della trasformazione" (passaggio di grande verbosità); quanto al terzo, vediamo che suggerisce proprio la contaminazione reciproca delle destinazioni funzionali per inferirne circolarmente che le aree periurbane potranno diventare Orti; il quarto precisa che l’Orto, incarnazione della "sfida planetaria alla fame", metterà in scena "le tecnologie più avanzate nella trasformazione dei prodotti agricoli", che sono poi le "energie positive"; infine, il quinto non mostra alcun nesso tra la dichiarazione e i passaggi successivi: l’Orto "innerverà le filiere produttive locali", stop, e rimarrà dopo l’evento come prototipo rivoluzionario di una "nuova condizione di ruralità periurbana". Panta rei, cogito Expo sum, ergo l’Orto: ecce un’argomentazione che sembra costruita essa stessa come un cangiante orto planetario, innervato e affamato di senso che non c’è.

Con l’intervista sul settimanale Vita, le posizioni di Boeri non sembrano ricevere nuova energia positiva: il tema dell’Expo - sostiene l’architetto - risulta appropriato, perché Milano è "la capitale di un grande sistema agricolo dotata di uno dei più grandi parchi d’Europa", il parco sud da 42mila ettari - su cui in verità insistono i principali appetiti speculativi. Il senso - prosegue Boeri - sarà raccontare al mondo un nuovo modello di agricoltura basato su un diverso binomio tra urbanità e ruralità nella fase storica in cui tale confine è in slittamento. Le ultime esposizioni sono state sì deludenti, ma solo perché i padiglioni, usati come vetrine commerciali autocelebrative, non si sono attenuti al tema. Con l’Orto, invece, sul Cardo dei Popoli, intersecato dalla World Avenue, si onorerà l’alimentazione affacciando lo spettacolo di 150 lotti di dimensioni u-gua-li per la rappresentazione simultanea di tutte le coltivazioni del mondo - non solo scenografie turistiche, ma laboratori; di fianco, un grande parco scientifico agroalimentare, da lasciare in eredità, che il mondo invidierà, come è per l’Eden Project, in Cornovaglia, prefigurando per Rho-Pero quasi 3 milioni di visitatori l’anno! Un Expo così innovativo non può essere sposato a metà, va sposato oppure no, quindi va sposato; il tutto attraverso "una rete trasversale". Rischi di edificazioni selvagge? Forse: "Abbiamo calcolato che intorno al sito si stanno costruendo quasi 4 milioni di metri cubi, tra abitazioni ed uffici". E forse il suo progetto è stato scelto "per sedare una nascente conflittualità verso la gestione del grande evento", senza spiegarlo alla città, ma lasciando che "i proprietari privati dell’area sviluppassero un’immotivata aspettativa immobiliare". Ma allora: "Quando la Consulta degli architetti si è insediata la scelta del sito era già stata fatta"? Boeri: "Sì".

Al di là di tutto ciò - prevede Boeri - la Fiera potrà ricavare grandi vantaggi economici "lanciando un Salone dell’Alimentare" e un "Fuori Salone" col coinvolgimento di tutti i ristoranti di Milano per nutrire se non il mondo almeno i visitatori affamati. Ma dunque di cosa stiamo parlando? Di un progetto per la città? Di un progetto per la Fiera? Stiamo parlando di turismo, di agricoltura, di architettura, di economia dello sviluppo, di agroalimentare, di problemi alimentari nel mondo? Non c’è soluzione di continuità, non c’è un filo logico, c’è un grande bla bla, anzi un grande magna magna che strumentalizza la fame per legittimare un grande progetto di architettura, strumentalizzato a sua volta dentro la logica reale dell’Evento, il tutto per appetiti che non riguardano la dimensione alimentare.

Che rapporto possono avere il tema della "nutrizione" del mondo, dell"’energy for life" e dell’Orto Planetario anche nella sua progettualità così descritta con l’autentico orizzonte del problema della crisi alimentare mondiale, con la questione di quale possa essere l’agricoltura - e quale il sistema - per combattere la fame e invertire la rotta della crisi? Il campo della ricerca delle innovazioni tecnologiche agroalimentari per migliorare il "nutrimento" ha attinenza col problema della fame? Oppure ha più attinenza con il nutrimento di certi interessi economici, locali, mondiali, transnazionali? Visto lo scenario dell’Orto immaginifico, qual è invece l’orizzonte del problema della fame reale? Quali i numeri, quali gli approcci conosciuti? Quali sono considerate le origini della fame e quali le soluzioni discusse e proposte allo stato attuale?

Proviamo a vedere uno schema il più possibile sintetico, rifacendoci a una ricognizione recentemente presentata da Valeria Sodano, docente di Economia e Politica Agraria a Napoli e relatrice all’Università Popolare di Attac di maggio 2010 (2).

Con "fame" - condizione cronica di sottonutrizione e annessi danni alla salute - s’intende una preoccupazione che riguarda 1 miliardo e 100 milioni di persone nel mondo (dati FAO, Food and Agriculture Organization of the United Nation): 265 mln nell’Africa Sub-Sahariana, 642 in Asia e Pacifico, 53 in America Latina e Caraibi, 42 nell’Africa Nord-Orientale e 15 milioni nei paesi "sviluppati". Negli ultimi anni il numero è cresciuto in valore assoluto e percentuale toccando il 19% della popolazione nel 2009 e privilegiando i poveri delle grandi città, le comunità rurali dei paesi meno "sviluppati" e in particolare la componente femminile (3).

Tre sono le principali impostazioni teoriche sul problema (4). Nella visione deterministica neo-malthusiana (“Saggi sulla popolazione” 1798) una presunta legge naturale sostiene che la popolazione tende ad aumentare secondo una progressione geometrica mentre la capacità produttiva della terra tende ad accrescersi secondo una progressione aritmetica: così, poiché la natura matrigna mette a disposizione una massa di prodotti che cresce meno rapidamente delle bocche da sfamare, bisogna contenere la crescita demografica e aumentare la produttività della terra con la tecnologia per uscire dalla tenaglia. La FAO stessa ha accantonato questa visione in quanto negli ultimi anni la produzione agricola mondiale per persona non è diminuita mentre è aumentato il numero degli affamati. Secondo l’impostazione dominante "sviluppista" ortodossa la fame dipende invece dalla povertà intesa come arretratezza di sviluppo misurato in termini di PIL: se il PIL aumenta, trickle-down et voilà, la ricchezza arriva prima o poi anche agli ultimi. Stando infine ad una terza visione radicalmente "alternativa" (sostenuta talvolta perfino dagli economisti più distanti dall’ortodossia neo-classica, il che è tutto dire) la fame sarebbe il frutto di scelte politiche che sostengono un sistema sociale iniquo basato sulla libera sfida dei "poteri contrattuali" in senso lato, potendo essere debellata solo attraverso scelte politiche tese a modificare il sistema in direzione riequilibrativa. Da un lato, astrattamente, sembra vero che all’aumentare dello sviluppo economico complessivo la fame "complessivamente" tende a diminuire. Dall’altro lato, tuttavia, non si considera mai a chi-capita-cosa concretamente: "se si sacrifica ad esempio l’autosufficienza alimentare di un paese (come è avvenuto dove il Fondo Monetario Internazionale ha imposto negli anni Ottanta una strategia di crescita basata sull’esportazione di derrate agricole) e se tale sviluppo è comunque insufficiente a sollevare la massa della popolazione da una situazione di profonda povertà, la fame rimane. Quindi lo sviluppo economico non è una condizione sufficiente per eliminare la fame".

Uno sguardo alla storia aiuta a dare maggior credito alla terza impostazione. Harriet Friedmann (5) mostra il susseguirsi di tre regimi di "governo agroalimentare” dal 1870 ai giorni nostri. Nel primo (the settler-colonial food regime) databile sino alla crisi del 1929 la potenza britannica sostiene la propria economia basata sul commercio transoceanico di derrate alimentari con l’importazione di cibo a basso prezzo per nutrire le masse della rivoluzione industriale; appoggia le classi dominanti nelle nuove colonie sfruttate, su cui riversa investimenti infrastrutturali, indebolendo o distruggendo infine l’agricoltura di sussistenza locale, destinando le terre migliori a prodotti per l’industria, spezie e alimenti di lusso, mentre nelle vecchie colonie si impone un modello di agricoltura intensiva su larga scala che va consolidando le imprese del settore dei cereali, imponendo per altro una dieta alimentare basata sul binomio carne-grano. La crisi del 1929 rende evidente la debolezza della dipendenza dalle importazioni e nel dopoguerra viene così inaugurato il secondo regime (the mercantile-industrial food regime) databile dal 1947 al 1972, fondato sulle politiche di protezionismo agricolo in Europa e negli USA - i nuovi padroni del governo alimentare mondiale. Con il GATT del 1947 (General Agreement on Tariffs and Trade) si esclude l’agricoltura dal processo di liberalizzazione e con il piano Marshall si introduce il meccanismo perverso degli aiuti alimentari (food aid). Lo "sviluppo" procura surplus di cereali che gli USA riversano in Europa con un sistema di tariffe che agevola l’esportazione. Finita "l’emergenza" europea, e con la Politica Agricola Comunitaria (PAC) del 1957 basata anch’essa sul sostegno dei prezzi agricoli interni, viene il turno dell’Africa. "Man mano che l’FMI, la BM e le élites di cultura europea impongono un modello di sviluppo basato sull’esportazione di cash crops (vale a dire derrate agricole per l’esportazione, come prodotti agricoli per uso industriali, spezie, fiori, e frutta esotica) la domanda alimentare (non più soddisfatta dall’agricoltura di sussistenza) viene soddisfatta con grano americano importato grazie al regime di food aid " e mediante lo strumento delle “concessional sales”, che infine distrugge le capacità produttive locali regalando opportunità di crescita alle imprese statunitensi. Il crollo del sistema monetario di Bretton Woods, quello dei raccolti del 1972, l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e dei carburanti aprono poi un periodo di instabilità che arriva a compimento con la fine dell’embargo verso l’URSS, che tra il 1972 e il 1973 giunge ad acquistare sino a 30 milioni di tonnellate di grano equivalenti ai tre quarti delle esportazioni mondiali. A crescere è "il potere economico delle imprese transnazionali agroalimentari, in primo luogo le imprese fornitrici di prodotti chimici e semi (ad esempio Monsanto) ed i grandi traders (come Cargill, Continental Grain e ADM)" che aggirano i divieti di esportazione imponendo progressivamente il terzo regime, cioè il nuovo ordine "neoliberista" che per il settore agroalimentare comporta: "deregolamentazione, privatizzazione, liberalizzazione commerciale e diminuzione della spesa pubblica". Le famose "politiche di aggiustamento strutturale (in seguito ribattezzate di “sviluppo partecipativo”) impongono la riduzione della spesa sociale", favoriscono l’agricoltura industriale per l’esportazione (spesso con l’ingresso di investitori stranieri) in luogo dell’agricoltura su piccola scala per il consumo interno. E con "la completa liberalizzazione dagli scambi commerciali", molti paesi poveri devono smantellare ogni forma di sussidio ed aprire i propri mercati ai prodotti delle multinazionali che possono colonizzare gli scambi e spazzare via le piccole imprese locali. Nel nuovo regime "le TNCs dettano l’agenda politica agli stati imponendo la dieta occidentale", fatta di prodotti industriali ad alto “valore aggiunto”, mettendo a rischio l’autosufficienza alimentare dei paesi più deboli. Si tratta di un sistema agroalimentare "del tutto insostenibile sul piano economico, sociale ed ambientale".

In questo quadro, tre sono le politiche per combattere la fame (le cosiddette food security policies) che vengono delineandosi. L’approccio liberista radicale, sostenuto dal FMI e dalla BM, punta tutto sullo sviluppo economico neoliberista che si traduce in "specializzazione per i settori di esportazione, ristrutturazione del settore agricolo (aumento della dimensione media aziendale e trasferimento al capitale privato delle terre comuni); intensificazione della produzione agricola; introduzione di metodi “moderni” di produzione (vale a dire una agricoltura dipendente dal petrolio e dai settori fornitori di semi, possibilmente OGM, e di mezzi tecnici); ammodernamento del settore distributivo (vale a dire via libera agli investimenti stranieri nella trasformazione e nella distribuzione alimentare)". L’approccio liberista morbido è invece quello dell’International Assessment of Agricultural (IAASTD) che consiglia, oltre alla privatizzazione della terra, una sua adeguata distribuzione ai piccoli coltivatori, un aumento degli investimenti pubblici in agricoltura e la costante salvaguardia della "sostenibilità ambientale". L’approccio alternativo si radica invece sul riconoscimento del cibo come diritto umano e sul concetto fondamentale della sovranità alimentare, "elaborato alla fine degli anni novanta dal movimento La Via Campesina (6) che comprende milioni di piccoli coltivatori anche senza terra di più di 60 paesi".

La sovranità alimentare, cioè non tanto un mondo da nutrire paternalisticamente ("feeding the planet, energy for life") ma un mondo che si nutre da solo, si riferisce "al diritto degli individui, delle comunità e dei paesi di definire autonomamente la proprie politiche agricole e alimentari, in modo che siano appropriate alle specifiche circostanze del proprio ambiente dal punto di vista sociale, culturale ed ecologico". E qui non si devono prevedere prodigiosi progressi nella tecnologia magari sotto l’egida della privatizzazione delle sementi e dei saperi, il tutto da esporre in un rigoglioso Orto Planetario delle meraviglie agroalimentari. Si devono piuttosto mettere in discussione le stesse pratiche dominanti e combattere gli stessi operatori economici che tendono a sponsorizzare i grandi Orti Planetari dei paesi ricchi, prevedendo interventi politici quali: "riforme agrarie che assicurino il possesso della terra ai piccoli coltivatori; investimenti agricoli - in infrastrutture, credito e assistenza - diretti ai piccoli coltivatori; interventi di stabilizzazione dei prezzi e dell’offerta del tipo buffer stock a livello locale e internazionale; politiche di sostegno dell’agricoltura interna basate anche sul controllo delle importazioni; un freno alla liberalizzazione dei mercati; lo spostamento degli aiuti dall’agricoltura industriale all’agricoltura su piccola scala; la protezione delle tecniche e delle varietà agricole tradizionali; la promozione di stili alimentari sobri e legati alle potenzialità produttive delle diverse aree geografiche".

Per combattere la fame nel mondo si rivela cioè necessario un cambiamento profondo del sistema agroalimentare cui corrispondono mutamenti tanto nei paesi ricchi quanto in quelli poveri, modificando i consumi, limitando il potere della grande distribuzione e invertendo la rotta delle privatizzazioni, "sottraendo al mercato la sfera delle attività economiche legate alla produzione di beni alimentari" e promuovendo infine "una società dalla matrice comunitaria non-gerarchica”, il che "presuppone un rinnovamento culturale e giuridico profondo" ancora tutto da definire. Un rinnovamento di cui ovviamente non troviamo traccia nella documentazione di Expo 2015, nei masterplans degli Orti Botanici, nelle dichiarazioni del Rinascimento Ambrosiano che svuotati della loro retorica ormai indigeribile lasciano sui tavoli ristretti del grande modello emergenziale il piatto sporco dei reali appetiti in gioco, di cui sarebbe bene una volta per tutte parlare, facendola finita con la panzana dell’Expo per la fame nel mondo, dell’orto planetario per nutrire gli affamati con le energie positive della "nuova condizione di ruralità periurbana" della modernità.

NOTE

(1) Mensile di architettura diretto da Stefano Boeri

(2) "Quale agricoltura per combattere la fame", Valeria Sodano, maggio 2010, relazione integrale disponibile su http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article3281

(3) "The state of food in security in the world", 2009 FAO, http://www.fao.org/publications/sofi/en

(4) John Warnock, "The politics of Hunger", Methuen Publications, 1987; Fred Magdoff, John Bellamy Foster and Frederick H. Buttel, "Hungry for profit", Monthly Review Press, 2000

(5) Harriet Friedmann, "The political economy of food: a global crisis", New Left Review I/197, January-February 1993. Harriet Friedmann, "Feeding the empire: pathologies of globalized agriculture", in: "The empire reloaded", edited by Leo Panitch and Colin Leys, London 2004

(6) "Oltre a La Via Campesina, la sovranità alimentare e le relative politiche agroalimentari trovano il sostegno attivo di altre organizzazioni tra le quali ricordiamo l’IPC, un network internazionale di organizzazioni della società civile e movimenti sociali che promuove presso l’ONU il principio della sovranità alimentare, ed il movimento dei Sem Terra (MST) un organizzazione che riunisce i contadini senza terra di 23 stati del Brasile e coinvolge più di 1 milione e mezzo di persone".


mercoledì 9 giugno 2010.



Dare un orto planetario agli affamati
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