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Nutrire il pianeta - Energia per la vita ?

di Amalia Navoni

E’ il tema scelto da Milano per l’EXPO’ 2015. Dovremmo subito sgombrare il campo: noi del primo mondo, non dobbiamo “nutrire il pianeta”, non dobbiamo vendere i nostri modelli, dobbiamo semplicemente permettere al mondo di nutrirsi da solo.

Il fallimento delle politiche delle organizzazioni a livello internazionale, FAO, FMI, Banca Mondiale, WTO, riguardanti la cancellazione o riduzione della fame nel mondo è sotto gli occhi di tutti. Siamo la prima generazione ad essere in possesso di strumenti e mezzi per debellare la fame e la povertà nel mondo e, nonostante questo, il divario tra paesi ricchi e Paesi poveri aumenta sempre di più ogni anno, come dimostrano i rapporti dell’UNDP ( Programma Delle Nazioni Unite sullo Sviluppo umano).

Secondo il rapporto 2006 dell’UNDP ( dati riferiti al 2005), 2.5 miliardi di persone (il 40%della popolazione mondiale) vivono con meno di 2$ al giorno, circa 1 miliardo con meno di 1$,

800 milioni di persone soffrono di fame e malnutrizione, 1.1 miliardi non hanno accesso all’acqua potabile, ogni ora 1200 bambini muoiono di malattie curabili. In Italia la speranza di vita femminile è più di 80 anni, in molti paesi africani 40 anni.

Nel paese più ricco del mondo, gli Usa, 44 milioni di persone non hanno diritto all’assistenza sanitaria; 36 milioni di americani (il 13 per cento della popolazione) non guadagnano abbastanza per comprarsi da mangiare. E i poveri sono in aumento.

Questi sono i risultati delle politiche delle Organizzazioni Mondiali, ma soprattutto sono il risultato del nostro modello di sviluppo, i risultati del libero mercato.

Noi non dobbiamo darci il compito di nutrire il pianeta , non dobbiamo imporre accordi commerciali ingiusti, liberalizzazioni e privatizzazioni indiscriminate.

Nostro compito dovrebbe essere semplicemente quello di fornire gli strumenti e i mezzi perché i popoli si nutrano da soli, perché sviluppino e valorizzino l’agricoltura e l’artigianato locale, siano favorite l’organizzazione e lo spirito cooperativo.

Nostro dovere principale dovrebbe essere quello di ridurre la nostra impronta ecologica cioè la nostra produzione e i nostri consumi.

Nel programma dell’EXPO’ non si legge nulla al riguardo, nessuna critica al modello agro-alimentare fin qui seguito, nessuna critica all’imposizione delle monoculture di origine coloniale che impoveriscono il suolo e affamano milioni di contadini, all’obbligo di usare il terreno per produrre soia per il nostro bestiame o eucalipti per la nostra carta, nessuna critica ai prezzi bassissimi delle materie prime da noi imposti, nessuna critica all’impiego nell’agricoltura di Organismi Geneticamente Modificati, di sementi ibride che spegneranno la biodiversità.

L’EXPO, come si legge nel programma, sarà un luogo dove le multinazionali cercheranno di tornare all’attacco per esporre i vantaggi degli OGM e farci credere che sono un mezzo per lottare contro la fame nel mondo.

Ma la fame nel mondo non è legata tanto alla scarsa resa dei terreni e dei semi quanto alle sovvenzioni all’agricoltura in Europa e negli USA che consentono massicce esportazioni di alimenti dal nord del mondo verso i paesi più poveri con l’effetto di buttare fuori mercato le economie locali. Si arriva così al paradosso che il riso locale costa di più di quello in arrivo dall’occidente.

Il risultato è la distruzione dei mercati locali e la spinta obbligata a comprare OGM che devono essere comprati ogni anno, mentre i semi naturali possono essere ripiantati.

Se davvero la preoccupazione principale delle multinazionali fosse la fame nel mondo potrebbero rifiutarsi di brevettare le loro manipolazioni, mettendole nel pubblico dominio della conoscenza, a disposizione di tutti; potrebbero utilmente studiare quello che la natura ha già inventato in milioni di anni e che contiene la soluzione biologica a quasi tutti i problemi, compresi quelli degli insetti nocivi e dei terreni aridi.

Un altro pericolo che viene dal Nord per gli stati poveri sono i campi agricoli convertiti al biocarburante. Sempre più terre, in tutto il pianeta, finora utilizzate per coltivare prodotti agricoli, vengono adibite alla coltivazione di biocarburanti, come l’etanolo e altri carburanti "puliti" per ridurre la dipendenza dall’energia petrolifera.

Siamo di fronte ad una competizione per la produzione agricola tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra. Facile indovinare chi vincerà.

In circolazione ci sono meno prodotti agricoli naturalmente sempre più cari. Il mondo rischia di finire il cibo. Possiamo affermare decisamente immorale che in un mondo in cui ci sono ancora tanti affamati, gli abbienti si permettano di usare del cibo (e dunque grandi porzioni di terra coltivabile) per nutrire le proprie automobili.

Durante l’EXPO ci sarà l’esposizione della produzione elitaria dei cosiddetti prodotti tipici.

Non abbiamo bisogno tanto di propagandare i prodotti tipici, quanto di valorizzare la cultura dei contadini nostrani e dei contadini del terzo mondo. Dobbiamo proporre un’offerta di cibi che diano la possibilità di acquisto diretto a prezzi ragionevoli, accompagnati da informazioni e incontri produttore/consumatore. Dobbiamo comprare soprattutto cibi che vengono dalle nostre campagne e non cibi che hanno fatto il giro del mondo producendo anidride carbonica per il trasporto.

A Milano per esempio abbiamo bisogno di far vivere e valorizzare il Parco agricolo sud mettendo in pratica il Piano di Settore Agricolo e non paventando in continuazione leggi per il cambio d’uso delle terre. Il Piano "individua criteri operativi e tecniche agronomiche per ottenere:

a) produzioni zootecniche, cerealicole, ortofrutticole, di alta qualità al fine di competere sul mercato ed avere redditi equi per i produttori agricoli;

b) la protezione dall’inquinamento dei suoli, delle acque superficiali e sotterranee, la conservazione della fertilità naturale nei terreni;

c) la conservazione della fauna e della flora e degli ecosistemi tipici dell’area del parco;

d) il mantenimento ed il ripristino del paesaggio agrario al fine di preservare le strutture ecologiche e gli aspetti estetici della tradizione rurale;

e) lo sviluppo di attività connesse con l’agricoltura quali agriturismo, la fruizione del verde, l’attività ricreativa;

f) lo sviluppo di attività di agricoltura biologica e biodinamica".

Ma il Parco agricolo sud è continuamente minacciato dalle mire dei grandi gruppi di costruttori e proprio lì si vuole costruire il Cerba, il centro di ricerca bio-medica.

La sindaco Moratti presentando l’EXPO ai cittadini presenti alla festa dell’Unità a Milano si è soffermata molto sul tema della solidarietà e della cooperazione internazionale, presentando l’Expo come l’ evento che potrà aiutare a debellare la fame nel mondo.

Ha incontrato in questo periodo anche le ONG di Milano per trasmettere loro il messaggio e la proposta di lavorare insieme per la realizzazione dell’EXPO.

Le ONG sono invitate a individuare progetti di sviluppo da sostenere in questi anni per poi presentare i risultati nell’ambito dell’Expo.

Il Comune di Milano ha promosso un bando di contributi del valore di 500.000 euro destinati a sostenere progetti nel campo della cooperazione decentrata e della solidarietà internazionale.

Questi progetti dovranno riguardare il diritto ad una alimentazione sana, sicura ed efficiente per tutti, l’accesso all’acqua, la lotta alla desertificazione e la salvaguardia dell’ambiente, la promozione di un’agricoltura sostenibile e la tutela della biodiversità. Prossimamente ci sarà un altro bando per la cooperazione.

Naturalmente le ONG ringraziano perché in questi ultimi anni si sono sempre viste decurtare i fondi dalla cooperazione a livello nazionale e non pare loro vero di poter fare progetti proficui.

Ma se i soldi per la cooperazione decentrata ci sono, occorreva l’input dell’EXPO per erogarli?

Si spera comunque che gli aiuti delle ONG siano disinteressati non come gli aiuti inviati dal Sindaco in Uganda per fornire assistenza alla Polizia locale in occasione del vertice del Commonwelth . L’Uganda è tra i paesi votanti e la nostra Sindaco si è prodigata in aiuti inviando un gruppo di appartenenti al Corpo della Vigilanza Urbana per un corso accelerato ai colleghi della polizia ugandese. Naturalmente a nostre spese e non certo per sollevare le condizioni della popolazione locale.

Anche le spese sostenute in viaggi in giro per il mondo del sindaco Moratti e del presidente Formigoni per accattivarsi la benevolenza di chi dovrà votare per l’EXPO, i soldi spesi per mantenere l’ufficio e gli stipendi del comitato Expo, quelli spesi per la copertura del cortile di palazzo Marino in vista del ricevimento di tante personalità invitate alla prima della Scala potevano essere soldi spesi per diminuire la povertà di buona parte dei milanesi o per tutelare i lavoratori che hanno prestato servizio in tutti questi anni presso i CAM o per aumentare i collaboratori ai servizi dell’Handicap e dei non autosufficienti. I nostri amministratori sarebbero stati più credibili.

Noi pensiamo comunque che il miglior aiuto dato ai paesi poveri dovrebbe essere quello di porsi l’obiettivo di produrre di meno e di consumare di meno, cioè di ridurre l’impronta ecologica, il nostro impatto sulla Terra. Noi viviamo come se avessimo tre pianeti da consumare.

Se non modificheremo radicalmente i nostri comportamenti e il nostro modello di sviluppo, si prevede entro breve tempo una crisi drammatica, con un crollo della produzione di alimenti e della produzione industriale dovuto alla progressiva diminuzione delle risorse naturali.

Mathis Wackernagel, ricercatore presso la School of Community and Regional Planning dell’Università di British Columbia e autore di L’impronta ecologica (Edizioni Ambiente), ha messo a punto un sistema molto efficace per calcolare l’impatto individuale e collettivo sull’ambiente: il metodo dell’impronta ecologica cioè l’area di terra (campi, foreste, sottosuolo, ecc.) e di mare necessaria a ognuno di noi per sostenere i suoi consumi di materie prime ed energia e per assorbire i suoi rifiuti.

In media, gli abitanti dei paesi industrializzati “consumano natura” per l’equivalente di 4,5 ettari (il triplo di quanto gli spetterebbe) e questo consumo è quadruplicato dal 1900 a oggi. In sostanza, se tutti adottassero il nostro stile di vita occorrerebbero non uno, ma tre pianeti. Per ogni occidentale che supera di tre volte la sua “legittima quota di terra”, ci sono tre persone nel resto del mondo che si devono accontentare di un terzo della loro quota.

Noi italiani in media abbiamo un’impronta ecologica di 4,2 ettari, contro l’ettaro e mezzo che avremmo a disposizione sul territorio nazionale. Il deficit è dunque di 2,7 ettari, che colmiamo in gran parte importando risorse a basso costo dal Terzo mondo.

Un italiano medio produce 398 chili di rifiuti all’anno e quasi il doppio di CO2 rispetto alla media mondiale , consuma 150 chili di carta all’anno (quattro volte la media mondiale), tre volte più combustibili fossili rispetto alla media mondiale. Abbiamo 1,2 auto ogni due individui, contro una media mondiale di un’auto ogni dieci persone. La produzione di rifiuti, il consumo di energia, la superficie cementificata stanno crescendo velocemente.

Secondo il rapporto del Living Planet del 2002 stiamo intaccando il capitale: il ritmo di consumi di risorse naturali (acqua, terra fertile e così via) ha superato la loro capacità di rinnovarsi. La terra impiega 1,3 anni per rigenerare ciò che l’umanità consuma in un anno. E dato che il 20 per cento più ricco dell’umanità (cioè noi dei paesi occidentali) consuma oltre l’80 delle risorse naturali, in pratica la popolazione dei paesi occidentali supera da sola la “capacità di carico” del pianeta.

Con i nostri consumi smodati siamo oltre il limite di sopportazione della terra. Abbiamo intaccato il capitale. Il che dà luogo a un problema e a un paradosso. Il problema è che non c’è nessun pianeta di scorta. Il paradosso, invece, è che si continua a propagandare la religione della crescita economica illimitata, senza tener conto di un dato inoppugnabile: l’economia, e la nostra stessa sopravvivenza, dipendono completamente dalle risorse naturali, che invece sono limitate. Un solo esempio: è stato calcolato che, ai ritmi attuali di consumo, avremo rame ancora per una trentina d’anni, zinco e piombo ancora per venti, petrolio ancora per circa 40. Senza contare gli effetti indiretti, come il riscaldamento del clima dovuto all’abuso di combustibili fossili.

Nei paesi ricchi, dunque, viviamo ampiamente al di sopra delle nostre possibilità ecologiche: il nostro benessere materiale è possibile solo a prezzo dello sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro di quei tre quarti dell’umanità che vive nel Sud del mondo. Siamo una società miope, incapace di guardare oltre se stessa e i propri immediati vantaggi sia nel tempo - e infatti ignoriamo del tutto i diritti delle generazioni future - che nello spazio - ignoriamo tranquillamente anche i diritti delle altre comunità umane.

Stentiamo anche a riconoscerci parte integrante degli ecosistemi dai quali siamo sostenuti, siamo “disaffezionati” al nostro ambiente, e non ne abbiamo cura.

Invertire la rotta richiede una vera rivoluzione, un cambiamento radicale della mentalità dominante. Dobbiamo convincerci che possedere di meno non comporta una privazione, ma al contrario può essere una liberazione. La riduzione dei desideri materiali ci aiuta a liberarci dalla competizione e dal vortice dell’ansia. La liberazione deriva dal capire che il vero appagamento, la vera libertà deriva non dall’avere di più, ma dall‘avere meno necessità”, scrive Wackernagel.

Forse abbiamo qualcosa da imparare dagli indiani d’America, che dicevano: “Sotto la terra che calpestiamo con i nostri mocassini ci sono gli occhi di sette generazioni che aspettano di venire al mondo, e che ci guardano. Per questo i nostri passi devono essere leggeri”..

Ogni gesto che facciamo ha un impatto sul mondo e sulle persone, quello che consumo io non lo può consumare qualcun altro, e se non lo consumasse nessuno sarebbe meglio per tutti! Dunque la scelta di vita sobria è una scelta altruista, mentre il consumare è una scelta egoista.

Purtroppo i politici sostengono che solo la crescita dei consumi può salvarci. “Solo accettando di produrre e consumare di meno potremmo fermare il saccheggio del sud del mondo, le guerre per l’accaparramento delle risorse, il degrado del pianeta e consentire agli impoveriti di costruire il proprio sviluppo” scrive Francuccio Gesualdi in “ Sobrietà” (ed Feltrinelli).

“Apparentemente, la sobrietà è solo una questione di stile di vita, in realtà, è una rivoluzione economica e sociale che manda in frantumi il principio su cui è costruito l’intero edificio capitalista.

Se riuscissimo a ridimensionare il ruolo del denaro e del mercato, ci renderemmo conto che è possibile costruire un’altra economia capace di farci vivere bene pur disponendo di meno.

Se riuscissimo ad avere un’altra concezione del lavoro, della ricchezza, della natura, della solidarietà collettiva, ci renderemmo conto che è possibile costruire un’altra società capace di coniugare sobrietà, piena occupazione e diritti fondamentali per tutti. Ecco perché la sobrietà è molto di più di una filosofia di vita. È un progetto politico che si fa alternativa al sistema.”

Non “ Nutrire il pianeta”, ma “ ridurre i nostri consumi” “riutilizzare” , “riciclare”, “risparmiare” dovrebbe essere il titolo di un’EXPO credibile oggi.


giovedì 13 dicembre 2007.



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