|
|
Scenderemo nel gorgo muti?Alcune semplici risposte ad alcuni semplici argomenti che sentiamo spesso ripetere
Ci sono alcuni controargomenti ricorrenti talvolta istituzionali e talvolta popolari cui non è molto difficile dare una risposta altrettanto popolare ancorchè poco istituzionale. Innanzitutto, sentiamo dire talvolta che l’Expo 2015, seppure macchiato da qualche ombra, costituirebbe per la città una grande opportunità per vivere una specie di nuovo Rinascimento Ambrosiano, una Nuova Stagione della luminosità meneghina, un grande scenario di Rinnovamento magari anche nazionale, per lustrare le strade, o rifarci il lifting come accade per le rughe di qualche personalità politica di spicco. Tenuto conto che la vecchia madunina sembra impropriamente sostituibile con una nuova Torre di Rho che faccia il verso alla Tour Eiffel, probabilmente s’intende con "opportunità" l’insieme delle cosiddette Grandi Opere che ci attendono al varco dei prossimi dieci anni. Più spesso però la sostanza dell’argomento è tenuta forse volontariamente ancora più nel vago. Si ripete proprio fino alla nausea che l’Expo è un’opportunità - e nient’altro. Purtroppo, la consistenza di tale argomento sembra più o meno pari a quella dei 27 supervuoti che il creatore, in un vuoto di creatività, ha dimenticato nell’universo. Il concetto di opportunità è piuttosto elementare. Esso determina una dimensione di strumentalità, funzionalità, potenzialità, utilità: un mezzo è opportuno in vista di un fine. Poichè pensiamo che nel progetto presentato al BIE - ma è già consolatorio chiamarlo "progetto" - manchi qualunque cenno di partecipazione dei territori, cioè dei cittadini, abbandonati alla logica di analisi costi-benefici svolti non tanto nelle aule degli enti pubblici - che si limitano ad avvallare risoluzioni già prese altrove - quanto piuttosto nelle stanze che calcolano profitti finanziari, immobiliari, edilizi, ebbene c’è da stupirsi di come questo argomento riesca a celare malignamente proprio il cuore del problema. Perchè la logica di esercizio di una politica che preveda un controllo democratico del territorio dovrebbe passare proprio attraverso la discussione dei fini che vogliamo raggiungere, prima di discutere dei mezzi, delle opportunità, prima di stanziare fondi e inviare da qualche parte documenti di candidatura a Magnifici Eventi progressivi: rinunciare a questo spazio di dialogo aperto, deliberativo, dove si usano le parole al posto dei numeri (cosa può salvarci dall’economichese se non il politichese?), comporta già l’aver consegnato decisioni che contano agli interessi economici di pochi a svantaggio della comunità. Perchè forse non dobbiamo affatto discutere dell’opportunità di qualcosa, ma di dove vogliamo andare a parare. In vista di cosa uno strumento è opportuno? Soltanto potendo discutere dei fini è possibile dare qualche risposta che in un caso può essere positiva e in un altro caso - per esempio questo - negativa. Altrimenti, potremmo raccontarci senza problemi che una bella guerra occupazione militare sia un’opportunità per esportare la democrazia in un pozzo di petrolio. La distruzione di mezza Europa non è forse stata un’opportunità per istituire il Fondo Monetario Internazionale? Un’asta per una commessa di 500 pellicce nei locali di una scuola campana non è forse una grande opportunità di lavoro per un po’ di guaglioni disoccupati, nonchè un’opportunità di concorrenza per un esercito di cinesini agguerriti, un’opportunità di indagine per la Magistratura, o magari un’opportunità per la camorra di farsi descrivere in un libro? Un cantiere sospeso sui cieli della Città della Moda è un’opportunità di lavoro in nero per qualche centinaio di clandestini? La paghetta è un’opportunità per comprare le patatine? 15 miliardi di euro sono un’opportunità per rifare il portafoglio di Zunino? Una barca della morte è un’opportunità per sbarcare a Lampedusa? Un rapporto del Censis è un’opportunità per sapere che siamo una poltiglia? La poltiglia è un’opportunità per far crescere il PIL? Il ranunculus è un’opportunità per la rana di nascondersi vicino a opportune radici tuberose? I pericarpi di papavero sono un’opportunità per tirare un sospiro di sollievo? E Superpippo non è un’opportunità per difendere Topolinia? Fino a d’ora, il cosiddetto progetto di candidatura non ci sembra affatto presentare delle opportunità per la città: se ci sono delle opportunità sembrano piuttosto quelle di facilitare certi interessi privati che il grande capitale cerca poi di ricoprire con un manto umanitario che di umanitario ha davvero ben poco. Sentiamo ripetere, unitamente all’argomento dell’opportunità, che senza il Grande Evento sarebbe impossibile investire in grandi mutamenti urbanistici e strutturali, ma questa è senz’altro una scusa di facciata per non entrare prima di tutto nel merito di quali vogliamo che siano questi interventi - svolti da chi e in vista della soddisfazione di quali bisogni? Garibaldi-Repubblica ha forse bisogno di luminescenze e vetrine dell’alta moda? Abbiamo forse bisogno di un’investitura parigina per sistemare qualche area dismessa? Le metropolitane potrebbero essere realizzate ugualmente, proprio come sono state realizzate finora le linee esistenti senza per questo scomodare la fame nel mondo o l’agricoltura padana. Piuttosto, perchè il tesoretto di 700 milioni di euro della Regione Lombardia viene stanziato per edificare il nuovo palazzo della regione alla gloria futura del governatore mentre si tagliano gli stessi fondi per Seveso, per le case popolari? Si tratta di poter entrare nel merito di come vengono stanziati i fondi, non certo di farcene regalare un po’ dall’Expo o dalla Befana. Sentiamo ripetere altrettanto spesso che l’Expo non sarà poi così meraviglioso ma che tutto sommato ha degli aspetti positivi e degli aspetti negativi e di conseguenza perchè dire NO così in blocco? Già, e allora perchè guardare all’Expo passivamente, come un fenomeno più grande di noi che accade comunque indipendentemente dalla nostra volontà? L’Expo non è un fatto, come una mela che cade dall’albero. L’Expo cade su Milano se qualcuno ha deciso di farcelo cadere; se qualcuno da qualche mese a questa parte passa il proprio tempo istituzionale a viaggiare per il mondo in colorite delegazioni nei paesi del Nord e del Sud per strappre consensi, partnerships, accordi bilaterali, voti e strizzatine d’occhio. Se qualcuno schiera un tridente tipo Penati Formigoni Moratti che non ha niente da invidiare al trio olandese Rijkaard Gullit Van Basten per diventare protagonisti in Europa e nel Mondo. Non si tratta di dare valutazioni di un fenomeno che "accade", su cui isolare giudizi intorno a fette negative o positive. La logica del "no" ci sembra molto semplice. Accomuna ormai diversi fronti di opposizione che sul territorio nazionale sorgono in difesa della pace, della salute, dell’ambiente, della qualità della vita, in virtù di banalissime prese di posizione, espressioni di una volontà popolare nella maggior parte dei casi aggirata e scarsamente consultata. C’è qualcuno che dice "no" semplicemente perchè c’è qualcuno che "si ostina" a prendere una posizione, qualcuno che vuole farsi sentire in vista di una scelta da prendere, perchè non si rassegna a osservare il piano urbanistico come se fosse presentato in tv, perchè intende mettere in discussione non tanto i mezzi quanto i fini che vengono perseguiti. Quando c’è un reale processo deliberativo, partecipato, ci sarà qualcosa cui dire sì e qualcosa cui dire "NO", questo no grazie, non ci serve. Non è che qualcosa è buono per definizione se consente di iscrivere qualche bella voce nello stato patrimoniale o nel conto economico di qualche impresa. Nella maggior pare dei casi si tratta di dire No-Questa Cosa semplicemente perchè non risponde alle esigenze di chi abita un territorio. Questo argomento che storce il naso di fronte ad una negazione si accompagna spesso con l’accusa di difendere una rivendicazione "nimby" (acronimo di "not in my back yard") per cui non avrebbe grande valore opporsi a qualcosa per il semplice fatto che non si vuole qualcosa da qualche parte. Ebbene, non ci è mai capitato di sentire che il movimento No Tav sarebbe favorevole a salvare la Val di Susa mentre vedrebbe di buon occhio l’idea di ricoprire di tracciati ad altissima velocità e stazioni spaziali la Val Camonica o la Brianza. Di norma, chi si oppone allo scempio del territorio agisce partendo dalle proprie urgenze locali, ma lo fa in nome di una visione alternativa dello sviluppo del territorio che non è affatto localistica. In un certo senso, lo spezzettamento dei vari fronti è un risultato dello stesso spezzettamento strutturale che il liberismo appioppa alle nostre vite, allorché aliena indifferentemente e separatamente via via al mercato beni e servizi da cui dipende la nostra sopravvivenza, la nostra salute, tutti i nostri diritti a vivere un territorio che dovrebbe crescere intorno a noi mentre siamo noi a crescere, anziché tenere dietro il bilancio di qualche azienda di import-export, logistica o costruzioni; vorremmo non essere costretti ad inseguire questi pezzi di vita con i soldi in mano in una perpetua competizione per la sopravvivenza; vorremmo non essere costretti a pagare le conseguenze infauste di danni che il sistema arreca per poi trarre vantaggi nel PIL quando il danno viene affrontato magari nella prossima legge finanziaria. Questa vertenzialità diffusa sorge in punti diversi del territorio di fronte all’alienazione di diverse fette di vita, di fronte all’urgenza dei rifiuti come del traffico o dell’inquinamento. Ma si tratta di una vertenzialità che è accomunata da alcuni semplici "NO" perchè si ostina semplicemente a pronunciarsi di fronte a decisione che nella maggior parte dei casi sono già state prese aggirando il processo decisionale vero e proprio. Solamente quando si esce dalle stanze di cui sopra - nelle quali si calcolano profitti, piani di recupero dagli indebitamenti, bilanci di esercizio e quant’altro - si manifesta una logica deliberativa completamente diversa, che prevede dei sì e dei no, essendo votata al perseguimento di fini del tutto diversi che riuguardano il benessere generale. Anche il Comitato No Expo si ostina quindi semplicemente a dare voce ad una cittadinanza che vorrebbe esprimere un parere decisamente contrario, non tanto a questo o quell’aspetto, quanto all’intero non-progetto del territorio che nè è sotteso. Vogliamo poter dire NO a qualcosa ogni tanto. Oppure, come in quel verso di Cesare Pavese, scenderemo nel gorgo muti? domenica 24 febbraio 2008. versione stampabile
Erreur dans la requête envoyée à MySQL : SELECT forums.* FROM spip_forum AS forums WHERE forums.id_forum NOT IN (0) AND forums.id_article='39' AND forums.id_parent=0 AND forums.statut='publie' Table './web34_db1/spip_forum' is marked as crashed and should be repaired Ci sono commenti a questo articolo Puoi commentare questo articolo |