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Perchè l’Expo 2015 non si presenta come una grande "opportunità"?

Si scrive Expo, si legge Biscotto

Ci rivolgiamo a quanti sono soliti ripetere la favola dell’Expoccasione per ribadire come un altro territorio possibile può essere realizzato soltanto divergendo da questa logica
di Marco Gimmelli

L’esposizione universale Milano Expo 2015 è, superficialmente, un grande evento di 6 mesi, che si svolgerà nel territorio di Rho-Pero nell’orbita milanese, tra circa 7 anni, assegnato dai rappresentanti del BIE con la votazione dello scorso marzo. L’operazione promossa dalla Camera di Commercio e dalle Istituzioni locali, gestita in primis dalle forze di centrodestra, vista anche come strumento politico, viene presentata in secondo luogo come qualcosa da utilizzare per realizzare una serie di interventi con ricadute sulla vita culturale, sull’immagine di questo territorio nel mondo (politico ed economico), sulla sua forma urbana e sul mercato immobiliare, sullo sviluppo del territorio e delle sue attività economiche e sulla qualità della vita in generale dei suoi abitanti e lavoratori.

Per poter giudicare tutto ciò e decidere in quale senso agire a seconda del proprio giudizio, bisogna pur tener fermo che non si tratta di un fatto da accettare come destino come l’attrazione gravitazionale o l’elettricità se le molecole di rame si ionizzano; Expo è un’operazione e le operazioni non accadono, ma vengono operate, da qualcuno, in qualche modo, con qualche intenzione. Se l’Expo non conduce elettricità ma - poniamo per ipotesi - fondi pubblici nelle mani di alcuni privati con obiettivi e metodi discutibili, è perfettamente lecito formarsi un proprio giudizio su quest’azione umana e agire dalla propria posizione conseguente. Questo primo chiarimento risponde a chi tende a ripetere che l’Expo c’è e che, pertanto, non sarebbe sensato agire in una direzione divergente. Sarebbe come dire che alla fine del 1926, visto che ormai le leggi fascistissime ci sono, perchè sono state promulgate, non avrebbe più senso una posizione "No Mussolini". Evidentemente non è così e, alla luce di quanto ripercorreremo sommariamente, questo testo illustra le ragioni che portano al giudizio "No Expo" ed al suo agire conseguente.

Ci siamo già espressi sulle critiche ai contenuti del vacuo e contraddittorio progetto, abbozzato con la fumosa candidatura al BIE negli scorsi mesi (si veda ad esempio il contro-dossier consegnato a febbraio ai delegati: link), così come ci siamo espressi sia sull’impostazione del tema scelto per l’evento (si veda la lettera al Sindaco: link), sia sul senso che l’operazione acquista nell’ottica locale del territorio di Rho-Pero (per quest’ultimo punto si veda il giornale locale: link). Forse non abbiamo insistito abbastanza sulla critica alla strategia del Grande Evento?, benchè abbiamo già tentato di tracciarne la provenienza altrove (si veda ad esempio: link). Ci soffermiamo quindi ora su alcuni semplicissimi punti da cui guardare all’Expo per motivare le nostre divergenze e azioni conseguenti.

1.1

Expo 2015, vista non tanto come vetrina, sponsorizzata dalle multinazionali, spacciata come cattedra, su cui si accinge a sedersi il Nord globale con i propri strumenti di mercato, dalla quale affrontare indegnamente il problema della crisi alimentare mondiale; ma vista quanto per lo strumento che di fatto è - politico-economico di governo (o nongoverno) del territorio (in primis lombardo) - essa ci appare innanzituto come Biscotto, cioè come tavola già apparecchiata cui i cittadini non sono stati e non vengono invitati, cioè come imbuto antidemocratico e, se vogliamo, deriva autoritaria nella gestione dei nostri interessi. Possiamo affannarci nel concepire l’Expo come "opportunità" per realizzare alcuni obiettivi (piste ciclabili, risollevamento dei Navigli, parchi, appartamenti per affitti calmierati ecc.) ma dall’altra parte qualcuno ha già preparato per noi il "biscotto" - metafora sportiva di moda - cioè la nostra eliminazione dal gioco tramite accordi unilaterali. Non vi è stato e non vi è traccia di alcun percorso cui i cittadini possono partecipare. L’operazione è gestita come tavolo di interessi tra società immobiliari e finanziarie con la sudditanza delle istituzioni di centrodestra. L’assegnazione da parte del BIE è seguita ad un mesto teatrino di compravendita internazionale di voti. Si profilano già Leggi e Poteri Speciali commissariali per la realizzazione degli interventi, boicottando, anzi biscottando eventuali ricorsi al TAR o semplici rivendicazioni da parte di comitati e associazioni scomode. Siamo in presenza del cortocircuito di un potere matto da legare che pensa di governare senza l’opinione pubblica. La specializzazione delle classi dirigenti è richiesta per sapere cosa è "bene" per il territorio indipendentemente da ciò che pensa la comune cittadinanza attiva. Una semplice partita di interessi economici (rendite finanziarie, immobiliari) decide la sorte del territorio, della viabilità, dell’abitare, dell’agricoltura locale. Divergendo da questa logica antidemocratica, pensiamo piuttosto a come potrebbe essere un circuito davvero aperto, dal basso, che preveda la partecipazione della cittadinanza attiva.

1.2

L’Expo 2015 si presenta come inopportuno imbuto di finanziamenti. Expo è una risposta che non ci riguarda alla crisi finanziaria che ci riguarda. Nel contesto della crisi creditizia, le principali società immobiliari hanno debiti spaventosi. I grandi gruppi, attraverso il famigerato project financing, non riescono da soli a fare un tubo, non realizzano opere se non ciò che origina di ritorno privatissime remunerazioni. Non c’è nessuna "pioggia di soldi" o miracolosa "creazione di valore" se non per tre o quattro privati un po’ allo sbando. L’Expo è catalizzatore di fondi pubblici, una ricchezza sprecata che già c’è. Attraverso un’operazione politica (o nonpolitica), si decide la sorte di questa ricchezza giustificandola in nome di interventi pro-per-intorno all’evento, consentendo un assalto ai fondi pubblici e la creazione di flussi di cassa su cui speculare come nuovo terreno salvifico di conquista finanziario. Dentro la morsa delle politiche fiscali e monetarie soffocanti che piovono dalla BCE e dall’UE, i comuni non tirano alcun sospiro di sollievo dall’Expo, ma sono costretti al suicidio per fare cassa - si veda Torino che gioca coi derivati dopo il buco delle Olimpiadi Invernali. Il comitato promotore continua a dare i numeri sui visitatori attesi e sui conti economici positivi che potrà avere l’operazione. Ma come sanno gli addetti ai lavori, i grandi eventi di massa, mediatici, di comunicazione, fieristici, di spettacolo, non sono operazioni economicamente vantaggiose per le istituzioni. Organizzare le Olimpiadi o andare sulla Luna può avere un peso politico strategico come ricaduta di prestigio ed esibizione di potere, ma i costi sono elevatissimi. E come sanno anche i cittadini non addetti ai lavori, le ricadute locali sono spesso tristi: si pensi banalmente agli alberghi mai finiti per i Mondiali di calcio del 1990. Pensiamo piuttosto a come potrebbe essere una politica degli investimenti pubblici sottratta a questo teatrino e questa morsa globale.

1.3

L’Expo non rilancia le attività produttive nè "l’eccellenza" agricola ma accelera le attività speculative, con ricadute a breve termine e precarie sul lavoro. A parte un fugace e parziale indotto turistico, è chiaro che 6 mesi di esposizione non offrono "posti di lavoro" in senso stretto, ma contratti apnea, nè lo fanno le centinaia di cantieri con opportunità in nero sparse per il territorio. Piuttosto, il territorio si avvia ad essere cementificato; il piano già aggredisce il Parco Agricolo Sud mentre svincoli e nuove bretelle si avviano a danneggiare il reticolo idrografico. La dismissione delle aree industriali continua a favorire la riconversione ad attività logistiche e commerciali. Lo spazio pubblico si erode, gli spazi di socialità vengono soffocati per fare posto a parcheggi e centri commerciali. Il tutto mentre le ricadute positive si registrano a livello finanziario: si veda l’andamento dei titoli in borsa dei vari soggetti coinvolti, che schizzano su e giù ma tendenzialmente salgono. L’Expo come imbuto immaginifico promuove queste operazioni e fa la parte di uno Spot mondiale nella mera logica del mercato globale, identificando una città come Milano non come spazio abitato, lavorato, vissuto, fatto dai cittadini e dai loro beni comuni, ma come sorta di Marchio milanese per sfide intangibili che riguardano quei pochi soggetti destinatari degli aiuti. Pensiamo piuttosto a come potremmo sviluppare una mobilità sostenibile, un diritto all’abitare o una produzione agricola fatta di filiere locali, obiettivi che possono essere ottenuti soltanto tramite strumenti opportuni che non contengono marchi o "volani", accordi tra costruttori e padiglioni espositivi.

2.1

L’Expo non si presenta solo come biscotto ma, per restare in tema di metafore culinarie, anche come succosa Mela Avvelenata. Nel contesto attuale della politica italiana, esso si presenta come pericoloso appiattimento immaginifico del consenso, come ulteriore pacificatore (in senso negativo ovviamente) dei conflitti. L’operazione è stata portata avanti senza adeguate campagne di informazione, fatta eccezione per vuoti spot fantasiosi che fanno il gioco di cui sopra. Si procede verso una tabula rasa delle possibili opposizioni. L’Expo è proprio l’Uomo di Vitruvio nel suo logo che allarga le braccia e chiama a raccolta anche possibili soggetti critici: si vedano le miopi posizioni subalterne ("realpolitik"??) di alcune associazioni ambientaliste e di grandi entità come la Campagna di Sviluppo del Millennio, che chinano la testa per racimolare le briciole dell’operazione, senza vederne in pieno tutto il senso politico, in vista di ingenue opportunità d’azione. Tutti i pesciolini si buttano sull’amo sperando di ottenere qualcosa, una biblioteca alla Palazzina Liberty, nientemeno che qualche protezione ambientale (?), una casetta di accoglienza nelle vecchie cascine (ahimè, magari questo può comportare qualche sgombero come la Cascina Torchiera a Milano... ma è per una buona causa, no?). Ogni potere autoritario si autoconsolida spargendo questo genere di briciole (qualche assegno per i figli qua, peccato se poi ti chiama di là in guerra al fronte, ma questi son dettagli). Se l’Expo è una trappola per topi, se è uno strumento sbagliato alla radice, a nulla vale la speranza di alcuni soggetti che possono spaziare dal movimento ecologista all’intero Terzo Settore. Ci sembra evidente invece che da qualche parte una rottura vi deve essere, essendo il processo decisionale già minato. No Expo prevede questa divergenza. Altrimenti, non esisterebbe alcun problema Expo: Al Qaida potrebbe inserirsi e chiedere qualche finanziamento per sparare nei padiglioni, saremmo tutti felici e contenti, i Verdi pianterebbero alberi, la Naba farebbe nuovi corsi, Sgarbi nuove mostre, i ROM ballerebbero in piazza del duomo, il centro sociale SOS Fornace (in realtà sgomberato) aprirebbe un nuovo centro di aggregazione solidale, Ligresti tirerebbe su trenta palazzoni tutti uguali e Formigoni una statua di 150 metri in piazza della Scala.

2.2

L’Expo non è, in un certo senso, fonte di speculazione, o fonte di opportunità decisionali. L’Expo è la speculazione. L’Expo è un certo modo di decidere in perfetta autonomia il futuro del territorio senza i suoi abitanti. Non è che non vada bene questo Expo, ma se ne possa gradire un’altro, un Expo migliore, magari un Expo Ombra. L’Expo non è un contenitore da riempire. Non c’è nessun contenitore. C’è già un "contenuto" fatto di Sviluppo Sistema Fiera e Ligresti, un contenuto fatto - per fare degli esempi - di Autostrada Pedemontana e lavoro precario, un contenuto fatto di sottrazione di ricchezza pubblica e abbandono dei beni comuni. Non si tratta di ritirarsi sull’Aventino e concentrare i nostri sforzi nel rendere l’operazione più trasparente o più ecologica da una posizione ormai compromessa. L’Expo è proprio quello strumento sbagliato che abbiamo descritto. E su questo punto si esprimono frequentemente in modo chiaro, a modo loro, alcuni sostenitori privati e finanche alcuni amministratori pubblici. Lo ha ripetuto Glisenti il 12 giugno al convegno di Fondazione Cariplo, e lo ha ribadito Antonio Intiglietta all’EIRE: "Non devo chiedermi cosa l’Expo può dare a me, ma cosa io posso dare all’Expo". Lo fa capire l’assessore Masseroli quando illumina una semplice equazione: "Certo è che oggi siamo in un momento magico perché stiamo scrivendo il Piano Generale del Territorio in coincidenza con la pianificazione dell’Expo", ove è chiaro che questo misero meccanismo va a sostituirsi a metodi di pianificazione politica territoriale ormai da dismettere in un’ottica liberista. Questa è la magica coincidenza vista dalla miopia, seconda solo alla fortunatissima coincidenza della scelta del tema con l’acuirsi della crisi alimentare mondiale. In fondo non si tratta neppure di fare "previsioni realistiche" nè "calcoli economici" per "valutare l’impatto dell’evento" prima di formarsi un giudizio negativo, proprio come non si trattava di mettersi a fare delle "valutazioni sul lungo periodo" sull’impatto delle leggi fascistissime prima di dire "No Mussolini", perchè le ragioni per opporsi sono perfettamente descrivibili al presente. Ad esempio, le mitiche ricadute culturali già si registrano con la privatizzazione - soffocamento - dello spazio pubblico, con lo spot della Città Vetrina, con gli sgomberi eccellenti, con l’espulsione del pensiero critico e con il biscotto sfornato già nei mesi della candidatura di fronte alla cittadinanza attiva. Pensiamo piuttosto a come si potrebbe realizzare un altro futuro del territorio, divergendo da questa logica. Associazioni, comitati, movimenti, fiere alternative, imprese etiche e quant’altro dovrebbero prima di tutto sincerarsi del senso politico dell’operazione con cui si confrontano prima di abboccare alle sue presunte opportunità.

3

Che fare?

Posti ormai - ma a maggior ragione - di fronte, prima di tutto come abitanti e lavoratori del territorio, all’operazione reale dell’Expo 2015, che già si dipinge chiaramente con i suoi caratteri, in quale direzione muoversi e con quali passi? Pensiamo che nel giudizio "No Expo" sia racchiuso un punto di partenza ineludibile per chi ha in mente una missione sociale, una politica divergente, come pure un modello d’impresa diverso; un giudizio che porta ad agire conseguentemente divergendo dall’uso di uno strumento che è fatto per riportare indietro la qualità della politica e della vita su questo territorio. Non vediamo un punto di partenza più realistico per poter lavorare ad un futuro alternativo. Riflettendo meglio: di quale incantesimo o maleficio sono vittima coloro i quali si sono convinti, chissà quando, che per difendere beni culturali e ambientali, per avere delle ricadute culturali, verdi, per sistemare un’area dismessa, per proteggere il suolo dal consumo e dalla cementificazione, per investire in un’altraeconomia ecc., per avere tutto questo si debba "utilizzare" un assurdo evento espositivo di 6 mesi con ricadute finanziarie sul portafoglio di Ligresti, senza neppure avere alcun titolo per parteciparvi? Devono essere le nebbie in Valpadana o forse già le conseguenze del pesante inquinamento e del degrado culturale ad appannare la vista di chi ancora crede alla "rinascita ambrosiana" nel 2015 su queste basi. Ma perchè mai dovremmo far rinascere le nostre città insistendo con un modello di sviluppo, di cui l’Expo già oggi è strumento rappresentativo, che è responsabile dello stesso pendio culturale su cui allegramente scendiamo?

Non conosciamo città che si stia salvando da questo pendio come oasi felice, nè se ne discosta per esempio la Genova dell’Expo di Colombo, una città che non vive al di fuori dell’economia di mercato ma semmai al di fuori della comunicazione mediatica immaginifica - quanti locali storici hanno chiuso per lasciare il posto alle tipiche propaggini della modernità?, la Madeleine, le Cappe Rosse, la Panteca, la mitica Ostaja in vico De Negri, magari per fare posto a una gelateria, a un phone center, ad una banca, ad un’agenzia interinale. La cultura non rinasce con le esposizioni universali, nè con i biscotti nè con le mele di un’economia avvelenata, ma può rinascere con le attività culturali, coltivandole, investendo in esse, partendo dalle persone e dal territorio, non dalle holding finanzarie. Nè Milano ha bisogno di regalare soldi a Fondazione Fiera per fare Opere Pubbliche o una metropolitana che serve solo il Polo Fiera. Se davvero vogliamo avere qualche "opportunità", per le ragioni che abbiamo ripercorso molto sommariamente, pensiamo che vadano cercate fuori dal meccanismo di Expo 2015. Bisognerebbe nel frattempo lottare per ritrovarsi tra le mani gli strumenti (deliberativi, politici) per realizzare ciò che vogliamo, per riprendere in mano una gestione del bene comune, per non consegnare alla mera economia, alle logiche di mercato e alle privatizzazioni un futuro che non sono in grado di garantirci. Pensiamo a cosa potrebbe essere un’autentica rinascita culturale. Bisognerebbe costruirla fuori da questo imbuto, incontrandosi, facendo rete sul territorio, attraverso seminari, incontri, occasioni di sensibilizzazione per tutti i cittadini, e finanche eventi. Pensiamo ad eventi che non possono servire come strumenti finanziari biscotto per realizzare opere, ma come momenti di cultura, come occasioni per descrivere, scrivere, dipingere, progettare, "parlare" insieme il modello alternativo di territorio che vogliamo, un altro territorio no expo possibile.


domenica 22 giugno 2008.



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